“La Calabria prima di essere bizantina, fu italo-greco; e senza vagare nella leggenda si può addirittura pensare alla Magna Grecia, tanto vive sono le tracce dell’arte classica, austera, gustosa policromata, nell’arte fondamentale delle nostre tessitrici”.
(A. FRANGIPANE, “I tessuti di Cerzeto”, in Brutium, n.1, 1961).
L’arte della tessitura vanta in Calabria tradizioni millenarie, ne fanno fede gli esemplari di pesi per telai collezionati nel museo nazionale di Reggio Calabria e quelli reperiti negli scavi archeologici di Amendolara, assieme a cospicue ed importanti testimonianze del periodo neolitico.
Sotto il profilo geografico la lavorazione dei tessuti, fino al XIX secolo, era diffusa capillarmente in tutta la regione, tanto che questa veniva considerata un “grande opificio” (si contavano circa 50.000 telai): quasi tutte le famiglie (contadine e non) possedevano un telaio (che abili falegnami realizzavano in legno), per ricavare arazzi, coperte e “pezzare” (caratteristiche di tutta l’area mediterranea) ottenute utilizzando cascami di stoffe colorate, nelle botteghe artigiane più organizzate si producevano manufatti di una certa notorietà e diffusione.
Di notevole importanza, soprattutto nelle zone ad economia pastorale, la ginestra che veniva trasformata per ogni tipo di tessuto necessario all’abbigliamento, al lavoro, e per la casa.
Attualmente, a San Giovanni in Fiore, dove in passato ha operato una scuola orientale fondata dall’Oviesse e diretta da armeni, è fiorente la produzione di tappeti e coperte tessute rigorosamente a mano.
Famosa Longobucco nella produzione di coperte, Tiriolo, per i “vancali” (tradizionali e bellissime stole, in seta o in lana, spesso a fondo nero, con sovrapposte fasce policrome). Per la lavorazione della seta, un tempo attività molto diffusa nel catanzarese, da menzionare, i manufatti di Cortale (asciugamani, lenzuola, coperte, tovaglie…). |